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Café Occult e la sfiducia di alcuni nei confronti dei manwha

tutte le energie spirituali, una volta separate dal corpo mortale che le contiene, dovrebbero dissolversi e disperdersi nell’infinito flusso spirituale da cui tutto nasce e cui tutto torna. Questa è la regola, ma ogni tanto ci sono delle eccezioni, anzi, degli errori.

Impressioni a partire dai numeri 1

Qualcuno che sia già passato da questo blog potrebbe essersi accorto che capita spesso che io legga il numero uno di una serie, senza mai arrivare al successivo. Alcuni degli ultimi post infatti, erano figli della lettura del solo esordio di qualcosa di più longevo. È il mio modo di provare se la storia possa fare a meno per me. Faccio lo stesso con gli episodi pilota delle serie tv. Questo ha salvato il mio salvadanaio in più di un’occasione. In questo modo è chiaro che si riescano a testare molti più titoli, ma avendo un solo numero a disposizione, non è detto che si riesca a intuire un quadro che potrebbe essere ancora in fase embrionale. Capita che il sistema abbia successo e che fallisca, ma in linea di massima ne esco sempre soddisfatta.

Ciò che fa la differenza, è che a questo punto ho un’idea piuttosto chiara di cosa NON ho voglia di leggere. Il che, almeno nella maggioranza dei casi, emerge chiaro già da un primo albo. In questo caso scrivo un articolo a posteriori della lettura della serie completa. Cafè Occult è uno di quei fumetti che appaiono sconclusionati all’inizio e che si sviluppano tra alti e bassi. Forse avrei interrotto bruscamente anche questo, non fosse stato per il mio debole per il paranormale. Sono contenta che mi sia capitato di recuperarne tutti e sei i numeri, perché si prestano benissimo ad aggiungere un tassello nel manwhatale.

La premessa di base è semplice: esiste un bar che è anello di congiunzione tra il mondo dei vivi e il mondo degli spiriti. Il personale di servizio, come i suoi avventori, è sospeso tra i due mondi, rendendo più difficile mantenere l’equilibrio del grande schema delle cose. Tra una scena d’azione e l’altra, i due autori seminano frammenti di spiritualità e cenni sul culto dei defunti coreani che non è banale trovare altrove. Per farlo, sono disposti a frammentare la vicenda, anche a discapito della fluidità dell’azione. Di certo chi finisce a sacrificarsi per la causa, sono gli aspetti più accusabili di una sceneggiatura accelerata: dialoghi poco efficaci e una trama poco lineare, al punto da risultare più futile di quanto non sia.

Café occult e il manwha come manga di serie b

Leggere questi 6 volumetti ha riportato distintamente alla memoria una specie di preconcetto che serpeggiava nella mia mente, e in quella dei miei conoscenti, nei primi anni ’00. Per quanto mi riguarda, devo la mia inversione di tendenza all’aver letto Model di Lee So-Young. Il titolo che mi fece cambiare idea. Fino a quel momento, avevo creduto che i manwha fossero i manga di serie b, come se gli autori considerati inferiori in Giappone, fossero poi riciclati per il mercato coreano. Café occult ha molti dei fattori che alimentarono quella sciocca credenza.

an-no-eun-disegni-cafe-occult

An No-Eun ha uno stile che ricorda molto quello dei mangaka, a partire dagli occhioni delle sue protagoniste. La vicenda che tentano di raccontare è compressa in un numero di volumi che sembra inferiore alla previsione e nel tentativo di aumentare la fidelizzazione dei clienti potenziali, la storia fatica a decollare e tarda a svelare certi dettagli, per trascinarti al numero successivo. Infine le copertine, proposte da Flashbook e da altri editori nella loro veste migliore possibile, risultano impreziosite al punto da risultare fuorvianti rispetto al contenuto. Il fatto che qui lo sceneggiatore andasse di fretta è un’ipotesi basata sul fatto che in Gwi non desse la stessa impressione e che nell’editoriale si parli di “un’opera un po’ a metà”.

Dopo 8 puntate di manwhatale, ho il sospetto che cominciate a vedere dove voglio andare a parare. Giappone e Corea hanno due tradizioni a fumetti distinte, ma in un certo periodo embrionale, da parte degli editori italiani, conveniva importare quello che i loro lettori avevano già imparato a conoscere. In quegli stessi anni c’era un altro tizio con cappotto e grossa pistola che si aggirava tra gli scaffali. Quel qualcuno si chiamava Alucard, protagonista di Hellsing. Potrei sbagliarmi, ma sembra proprio che questa storia nasca per strizzare l’occhio al più riuscito manga di Hirano, provando a intercettarne qualche appassionato. Questo non vuol dire che i manwha siano inferiori alla controparte proveniente dal Sol Levante, nè che siano mere imitazioni. È solo uno dei momenti in cui vale la pena ricordarsi che anche agli editori, come alle fumetterie di cui ho scritto su Instagram qualche mese fa, piace mangiare.

Questo per dire cosa? Che è possibile che non avrei sbagliato leggendo solo il numero uno di questa storia pubblicata da Flashbook, ma che leggerli tutti è stata l’Epifania di cui avevo bisogno. Perché mai credevo che la Corea producesse fumetti di bassa lega? Perché ci sono voluti anni per consentire alle case editrici di avere un pubblico altospendente pronto a finanziare una traduzione per direttissima dal coreano, un’edizione dignitosa al pari di quelle originali e magari anche con fiducia sufficiente in un’etichetta da dirsi disponibile a comprare un volume da più di 4-5mila lire di prezzo di copertina. Oggi posso dire che tra quei polli che si lasciavano spennare, ma che hanno un po’ foraggiato questa industria c’era anche la sottoscritta.

Non ho la minima esitazione a dire che ho preferito dover vendere più volte parte della mia “collezione”, piuttosto che sapere di aver contribuito alla chiusura di un negozio. A chiarimento delle ultime righe, non ho la pretesa di essere l’ago della bilancia che può fare la differenza nel grande schema delle vendite di una casa editrice. Altro discorso vale per le realtà locali. Che la mia casella fumetti figuri tra gli scontrini settimanali di almeno un paio delle fumetterie di Genova beh, è un fatto. Questo non fa di me un’azionista di maggioranza, ma mi fa figurare tra quei lettori che sono anche clienti. Purtroppo non tutti gli esercizi di questo settore prosperano, ma questo non ha nulla a che fare con le mie preferenze personali.

Letto in: Oraebalgeum – An No-Eun, Café occult nn 1/6, Flashbook, 2008

 

 

Published in Manwhatale

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