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Dylan Dog 2020 – una pessima annata

2020, un anno sottotono per un personaggio che continuerà a farsi strada tra le mie librerie.

Perché Dylan è il ritratto delle nostre paure. E la paura non passa mai di moda.

Dylan Dog, numeri dal 401 al 411 – un nuovo inizio?

Ho ridacchiato più volte davanti a chi ha sostenuto che quest’anno avrebbe segnato la fine di Dylan Dog. Così come ho elargito pacche sulla spalle a chi ha creduto di trovarsi davanti a un fumetto inedito, a un nuovo inizio che non tenesse conto della sua storia. Il ritratto dei nostri timori – proprio come l’esempio arcinoto della letteratura inglese – non solo evolve, ma cambia con noi. Quindi anche la testata dedicata a un personaggio simile non può essere immutabile, ma solo la dimostrazione che in ogni epoca e paese, continueremo ad aver paura del Babau, del buio, della Morte, della solitudine etc.

Un’annata di una testata Bonelli in tempi pandemici

Tuttavia, l’oggi – soprattutto il 2020, data di pubblicazione di questi albi – sa inquietare più dello ieri. Ciò che ci terrorizza in questo momento storico non sono i traumi del nostro passato, quanto il domani. O meglio, l’incertezza del domani. Il nostro futuro ipotetico si distorce al ritmo dei nostri incubi, fino a farci dimenticare chi siamo e farci uscire diversi da quelli che eravamo quando ci siamo addormentati. Curiosamente, o forse no, il nostro viaggio verso il 2020 è stato scandito dai rintocchi di un conto alla rovescia che avrebbe dovuto condurre all’Apocalisse. Tempismo da brivido.

Non mi dilungo sui numeri del 2019, perché esiste un post in cui commento i Dylan Dog dal 388 al 399.

Gennaio, il 400 “speciale” a colori

Proprio dopo la cosiddetta “Meteora”, è arrivato il n. 400:”E ora, l’Apocalisse!” che è quello che ho battezzato come il numero meno riuscito dell’anno, forse proprio perché avevo creduto che avrebbe fatto tremare il terreno sotto i piedi. Il resto dell’annata è stata perfettamente in grado di farlo sbriciolando il mio quotidiano, ma la finzione narrativa invece di accelelare al passo con il reale, tira il freno a mano subito dopo, portandoci verso dei numeri che saranno a metà tra un tributo dei primissimi numeri e un insulto alla loro memoria.

Gli autori di questi 12 numeri

  • 400: Recchioni – Roi, Stano
  • 401: Recchioni – Roi
  • 402: Recchioni – Dossena, Mari, Roi
  • 403: Recchioni, Marcheselli – Gerasi, Mari
  • 404: Recchioni, Marcheselli – Gerasi, Mari
  • 405: Recchioni – Gerasi, Pontrelli
  • 406: Recchioni – Roi
  • 407: Baraldi – Roi
  • 408: Simeoni – Soldi
  • 409: Chiaverotti – Agrol, Cattani
  • 410: Chiaverotti – Agrol, Cattani
  • 411: Chiaverotti – Agrol, Cattani

Di norma passo più righe a scrivere un commento sul lavoro dei disegnatori, questa volta ho lasciato quegli argomenti altrove, soprattutto perché Corrado Roi, il cui tratto compare spesso tra questi numeri, non necessita certo delle mie considerazioni per essere presentato. Mi tengo eventuali considerazioni visive per post futuri e passo a raccontare quello su cui voglio concentrarmi oggi.

Da Goodreads, ecco l’incipit delle righe che ho scritto a caldo sul 402:

Marzo è stato un mese da dimenticare – direi per molti – e non credo che il numero relativo di DD ne sia poi tanto distante.

Ecco, per darti un’altro elemento, ho dato 2 stelle su 5 a otto dei dodici albi dell’anno. Un successone insomma!

Se c’è una cosa che ho imparato dall’Indagatore dell’incubo è che le nostre paure sono quasi confortevoli. Datemi un pluriomicida armato di rasoio e mi ricorderò ancora perché abbiamo paura delle lame. Datemi una Luna piena e sarà mia cura tendere l’orecchio, in attesa del familiare ululato. In questi dodici numeri ho ritrovato proprio le mie paure di oggi, mi sono come vista dall’alto, e non mi sono piaciuta. Al punto che non so dire se sia stato lui a deludere me, o io a deludere Lui.

Roberto Recchioni al timone di una serie che prova a rivolgersi ai neo-lettori

L’Old boy che è stato in grado di prendere il testimone offerto dal pericolosamente longevo “Tex e sigarette”, non può diventare qualcosa che non è. Lui è noi, ed – anche – l’incarnazione dell’horror nostrano. Sono persino felice che non abbia cercato di trasfigurarsi per stare in un vestitino che non gli appartiene. Però non posso fare a meno di pensare che l’italiano spaventato di oggi, sia tra gli esseri umani più confusi mai letti. Forse mi ripeterò dicendo che trovo che in questo noi tutti possiamo rivederci in un personaggio che tenta di cambiare volto, amici e stile di vita, per poi ritrovarsi al punto di partenza. Quel punto di partenza che ho commentato con un intero video, appena finito di leggere il numero 401.

Ciò scritto, non era a me che erano destinati questi volumetti. Non ero io che Sergio Bonelli editore voleva convincere ad andare in edicola il mese successivo, quindi tieni presente questo mentre leggi questo post: avevo Dylan Dog in casella quando ho cominciato a scrivere questo post, e continuerò ad averlo in abbonamento. Non credo di essere una lettrice particolarmente tipica in questo. Tronco serie di libri e fumetti come se mietessi il grano una volta a settimana, ma voglio rimanere ancora in compagnia di Camicia rossa, anche se questa è stata una delle sue esibizioni peggiori.

Arrivati al 405 non posso dire che le cose andassero poi tanto meglio:

Mi ha colpito positivamente l’espediente grafico utilizzato da Pontrelli verso la fine dell’albo – Si tratta di un gioco basato su delle macchie d’inchiostro -. Non mi sento di aggiungere altro sul resto dell’albo.

Le risate peggiori alle spalle degli altri lettori, e ho diffuse all’uscita del 406, quando il grande pubblico credo abbia cominciato a capire che la Creatura di Tiziano Sclavi non avrebbe improvvisamente cominciato ad arrampicarsi sui muri, nè a gettare anelli nel Monte Fato. Avevo riassunto tutto addirittura in un’unica parola:

Dylan Dog n. 406: L'ultima risataDylan Dog n. 406: L’ultima risata by Roberto Recchioni
My rating: 2 of 5 stars

Inevitabile.

 

Le copertine di Gigi Cavenago

Prima di passare all’ultimo blocco di numeri, voglio farti sapere che le mie copertine preferite di quest’anno – posto che tutte le cover di Cavenago sono opere da contemplare – i miei voti vanno al 404, indipendentemente dalla sua perlescenza, e al 410. La statuaria quanto spettrale Anna Never non poteva risultarmi indifferente, così come non ho potuto evitare di trattenere il respiro, davanti alla vertigine di una notte londinese vista a testa in giù.

dylan-dog-404-410

Ora, i numeri scritti da Chiaverotti, quelli da ottobre a dicembre, ribadiscono quel con cui ho aperto il post: avremo sempre paura del Babau. Soprattutto se questo si presenterà con sinistre filastrocche che – in qualche modo mistico – faranno rima con Mana Cerace. All’incipit e alla conclusione, ho preferito il mediano, ma sono tre albi da decidere di leggere in blocco, o non leggere affatto. Sappilo prima di acquistarne solo un assaggio.

Inutile dire che trovo che il titolo del numero 412 sia lungimirante, al punto da averlo scelto come titolo per questa panoramica, prima di vederne annunciato il frontespizio. Perché questi 12 numeri non segneranno la fine della mia lettura di Dylan, credo sia il tema portante delle ultime righe.

Perchè continuare a leggere l’Indagatore dell’incubo

Se vorrai provare a leggere un solo numero di Dylan di quegli di cui ti parlo oggi, fai che sia il 408. Certo, anche il 401 non mi era dispiaciuto, ma se devi decidere quali timori condividere durante la lettura, che siano quelli di un anziano che osserva i cantieri. È proprio questo il numero che mi ha ricordato cosa mi piaccia trovare tra queste pagine chinate. Abbandona l’effetto revival e il tentativo di shock culturale, prendi un numero che sia in grado di parlarti degli efferati delitti di quartiere, degli atroci silenzi del vicinato. Questa è la testata dedicata all’orrore Bonelli, con svariate comparse di vampiri e lupi mannari, ma è anche il contenitore che da spazio ai bigodini storti della dirimpettaia sorpresa dall’assassino al termine della doccia. Anno dopo anno, sono riuscita ad apprezzare i primi casi, quanto i secondi.

Non so come troverai queste righe, nè se tu fossi o meno interessato a leggere questi albi prima di partire, ma sappi che se vorrai parlarne con qualcuno, sarò qui a riempire i miei scaffaletti a tinte giallonere, ancora per un po’.


Se sei arrivato a leggere fino a qui, meriti un’extra: il Dietro le quinte di questo post con la foto della “prima stesura a mano”.

Dimmi: hai letto questi albi – e se sì – cosa ne hai pensato?

Published in Recensione fumetto

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