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Mostri, il fumetto che comincia dove finiscono le lacrime.

Letto in: Barry Windsor-Smith, “Mostri”, Mondadori – Oscar Ink, 2021.

[ Pubblicato per la prima volta in Italia nel 2021, 365 pp – Rilegato, b/n].

in estrema sintesi: ★★★★★

Ho notato questo volume tra i consigliati per Halloween, così ho pensato di scriverne due righe, prima che qualcuno lo acquisti in cerca di lupi mannari.

Mostri è un volume che ti lancia senza preavviaso in mezzo all’azione, con una scena che si mostra da subito nuda e cruda. Tanto vulnerabile al pregiudizio del lettore quando impermeabile alla sua impazienza di avere del contesto. Nessuna premessa, niente titoli di coda. Arrivi a disperazione già avviata, senza avere il tempo di piangerla nè urlare al cielo il tuo disagio. Il fatto che la vignetta sia datata 1949 aiuta a farsi già un quadretto.

Chine del genere sono rare di questi tempi. Sfogliando il volume in libreria – perché sì, orrore e raccapriccio, è lì che lo ho comprato – temevo di aver trovato un bravo imitatore. Questo finchè non ho richiuso per leggere la copertina. Si tratta proprio di Windsor-Smith, uscito da una pausa di bellezza. Un flusso d’inchiostro del genere, pare proprio uscito da un autore in uno stato di grazia. Se si tratta dell’effetto di un qualche sottaceto lasciato a decantare, consiglio di chiederne la ricetta.

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Un tratteggio pazzesco, per delle tavole che non sembrano mai nè troppo piene nè troppo vuote. Dalle pagine di diario interrotte dalla sola calligrafia, ai primissimi piani di volti paonazzi o tumefatti, l’unica costante sono i superlativi assoluti che ho usato per descriverli. Quello che non potevo immaginare, o che ero così sciocca da non ricordare, è che costui sa anche scrivere. Nelle scene innevate che ricordo quasi vuote e silenziose, in realtà c’è più spazio per il parlato, mentre nelle sequenze più cupe i balloon lasciano spazio alle sole onomatopee.

Concrete, la Cosa, Elephant man, Quasimodo… sono solo alcuni dei protagonisti che vengono in mente guardando la copertina. Possiamo indugiare un attimo su ciascuno di loro, almeno fino a che non ri-vediamo il soggetto da bimbo, alle prese con un padre che con i campanili non ha nulla a che fare. Non si tratta della vicenda di un mostro incompreso nato dai tessuti ricuciti di un cadavere, ma del risultato di uno dei sedimenti più putridi di quella nefandezza che fu la seconda Guerra Mondiale. Il volto di un uomo deforme in copertina è solo una delle facce della medaglia. Il volto peggiore è quello di un uomo trasfigurato fino a diventare progenie di quel Male in-umano e dis-umano che è la guerra.

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Le sue scene innevate mi hanno ricordato l’Eternauta…

Bruce Banner – per gli amici Hulk – è il frutto di una scienza imperfetta, amante insoddisfatta che lo lascia in balia di un siero instabile. Tom – il padre del protagonista – è il figlio più dotato della Ptsd, il pargolo di cui è più fiera perché è l’allievo che supera il maestro. Bobby, il nostro protagonista, non ha modo di odiarlo, ma il lettore ha 365 pagine per dare una forma e una sostanza a un disprezzo atavico che non lascia spazio alla compassione. Come ho scritto in apertura, non è una faccenda di pipistrellini e zucchette.

Parlare di “realismo magico” qui fa quasi ridere, eppure, tra una carabina e una pista di polvere d’asparo, si innesca una scintilla. Una luce che ha la forma di un visino sveglio e che è l’unica redenzione che si può sperare di trovare tra tanta oscurità. Curiosamente, la speranza qui ha l’aspetto di una forma antica di Hoodoo. E la sua celebrante, è una bimbetta con gli occhi tristi e quattro codini crespi. Impossibile non sorriderle dopo aver sputato veleno sulla maggior parte dei volti che sono comparsi prima di lei.

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Lasciate a casa il mondo impomatato di un certo tipo di fumetto contemporaneo. Questo è il genere di fumetto che mi fece innamorare del media, travolgendomi al suo passaggio. È disturbante tanto da lasciare sgomenti e inebetiti. Piano piano, una volta chiusa la copertina dell’edizione cartonata si ricomincia a sentire il rumore del mondo. Durante la lettura però, non c’è spazio per nulla che non siano i volti dei protagonisti o l’odore chimico della stampa.

Non è un bicchiere di acqua fresca, è più uno strainvecchiato che ti impone di essere consumato non diluito, ma è la materia indigesta per cui vale la pena avere in freezer del sorbetto al limone. Non lo consiglio come regalo perché si tratta di qualcosa difficile da lasciare in una calza della Befana o sotto un albero, ma è qualcosa che invito a provare. Un albo da leggere e ri-leggere, perché la prima lettura non sembra sufficiente. Io stessa ho il dubbio di doverlo rivedere. Lo spettacolo – e l’ossimoro – di un segno tanto bello, prestato a una storia tanto orribile, è un magnete per gli occhi.

Published in Recensione fumetto

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